Intervista con paul mwandoe: mtu wa mandeleo

15 04 2013

chez paul 07-04-13 intervista 1_piccPaul ci accoglie al cancello di casa sua, scalzo, come sono abituato a vederlo sempre in ufficio.
Quando il venerdì precedente gli ho chiesto, all’uscita dall’ufficio, quale sarebbe stato il momento migliore per trovarlo insieme alla famiglia, mi ha risposto la domenica pomeriggio: tutti gli altri giorni la moglie (insieme ai figli che in quel momento sono liberi) è impegnata nei campi. La domenica, invece, il resto della famiglia al mattino è in chiesa, mentre Paul rimane a casa a preparare il pranzo.

Paul Mwandoe è l’amministratore del Cast a Kilifi. Ci è arrivato che era già in pensione dopo una carriera in banca, più per affinità nella visione dello sviluppo che per vero bisogno di lavorare: durante l’intervista mi dirà che, quando un paio di anni fa sentì che il Cast cercava un amministratore, già aveva sentito parlare della nostra vicinanza alle comunità con cui lavoravamo e per questo provò a ottenere quel posto. Effettivamente Paul in ufficio è quello sempre informato su tutto: è lui che arriva con la fotocopia del giornale sull’argomento che ti interessa, che riferisce degli avvenimenti sensibili per la sicurezza del personale di progetto e a cui ci si rivolge per avere informazioni sulle persone che occupano in quel preciso momento le gerarchie statali di Kilifi. Sarà la sua propensione a seguire con attenzione tutti gli avvenimenti che riguardano la società di Kilifi ad averlo portato ad essere un “anziano” (Elder) del quartiere di Kibarani, dove vive.

Paul dà il via ad un ciclo d’interviste che mi porterà a casa dei dipendenti del progetto Mihogo – di cui 5 ereditati dal progetto Wavuvi, mentre da mercoledì 17 aprile iniziano i colloqui per coprire gli altri 5 posti ancora vacanti. chez paul 07-04-13 delvan e leone_piccL’idea delle interviste nasce dal desiderio di conoscere meglio coloro che lavorano al Mihogo, cercare di farli conoscere ai soci del Cast e ai lettori della newsletter e capire le aspettative che hanno dal progetto che sta iniziando e le sensazioni rispetto al lavoro col Cast. Insieme a Paul partecipano alla chiacchierata anche la moglie Catherine e il figlio minore Delvan di 12 anni, quest’ultimo più che altro assorbito dalla presenza di Leone (mio figlio di 19 mesi) si improvvisa babysitter mentre Sara scatta qualche foto dell’incontro e della casa. La figlia maggiore di Paul, Frida Wanjala, appare velocemente a metà dell’intervista, mentre esce per incontrarsi con le amiche.
Catherine è un’insegnante di asilo in pensione, originaria della regione montuosa del Kilimanjaro, diventata contadina a tempo pieno coltivando dei campi in affitto vicino alla casa di proprietà dei Mwandoe, nel quartiere periferico di Kibarani. Partecipa interessata alla discussione sugli obiettivi del Mihogo. Racconta come in passato i servizi tecnici statali dell’agricoltura abbiano spinto per una maggior diffusione del mais e di come questo abbia in realtà portato a un deterioramento delle condizioni ambientali e al conseguente crollo delle produzioni: anche la zona sulle basse colline nell’interno di Kilifi, dove ci troviamo, era quasi completamente ricoperta di boschi, non come ora dove si vedono solo case, campi e pascoli recintati. La corsa alla produzione di mais, insieme alla migrazione dai villaggi interni della Contea – soprattutto dei giovani con un livello d’istruzione più alto – ha portato a un veloce disboscamento che anziché aumentare i raccolti li ha fatti diminuire. Le piogge non cadono più regolari come un tempo e le malattie del mais sono diventate sempre più frequenti.

Paul e Catherine sono convinti che il progetto Mihogo avrà successo, ma solo se riuscirà a far percepire agli agricoltori i vantaggi della cassava sul mais: non basta che le condizioni climatiche siano cambiate rispetto al passato per rendere possibile un cambiamento nelle pratiche agronomiche e nelle abitudini alimentari. Serve tanta educazione per riuscire a ottenerlo nei tempi del progetto.

ufficio CAST kilifi 006_piccPaul appartiene a una generazione che è passata e che non tornerà, quella che definisco degli mtu wa maendeleo (le persone dello sviluppo). Avevo già incontrato, quando lavoravo nel sud della Tanzania cinquantenni che avevano vissuto il periodo della post-indipendenza credendo e lavorando per lo sviluppo del proprio paese e mi ha fatto molto piacere ritrovare in Paul la stessa convinzione che le risorse interne alla società e il lavoro onesto di tutti possono portare a migliorare le condizioni di vita di tutti i kenyoti, nonostante l’amarezza che traspare quando si parla delle nuove generazioni e dei nuovi bisogni “esagerati”. Catherine cerca di mitigare la critica di Paul dicendo che la vita è diventata più cara non solo perché i giovani hanno più esigenze di distrazioni e divertimenti, ma anche perché il cibo costa più che un tempo e l’istruzione va pagata quasi tutta privatamente, ma Paul insiste dicendo che oramai nessuno fa più niente per volontariato. Per fortuna, alla fine delle due ore di chiacchierata, Paul torna dalla stanza da letto con una foto e orgoglioso mi indica Geoffrey, il suo secondo figlio: quest’anno ha terminato il ciclo secondario nella migliore scuola del Kenya e si è classificato 22esimo tra gli studenti di tutto il Kenya. A maggio inizia l’università, medicina, ma prima ha deciso di prestare qualche mese di servizio volontario in una scuola elementare in un villaggio della Divisione di Bamba, la più povera della Contea di Kilifi, per aiutare un amico maestro e condividere quello che ha imparato con i ragazzi meno fortunati di lui.

Prima di lasciarci due domande di rito: “Paul, cosa ti piace e cosa cambieresti del lavoro col Cast?”
“Al Cast ho trovato una facilità di comunicazione che non ho mai visto né sentito raccontare in nessun’altra impresa o ONG: anche l’ultimo dei lavoratori può parlare addirittura con la Presidente venuta in missione dall’Italia senza nemmeno chiedere un appuntamento! Migliorerei invece la programmazione: non è possibile che i lavoratori vengano a chiedermi i soldi per le attività con urgenza e sempre a fine settimana o a fine mese!”

Sempre difficile sapere se le risposte a queste domande così generali siano vere o vengano date pensando a cosa può fare più piacere sentirsi dire al mzungu (bianco) che te le ha fatte: sono pur sempre il suo capo! Però questa volta me ne vado convinto che Paul è stato spontaneo, forse conquistato dal sacchetto di banane raccolte nell’orto fuori casa da Catherine…

Filippo De Monte
Capo progetto in Kenya per il progetto Mihogo

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