Intervista con Faith Jacob: la lady di ferro del CAST a Kilifi

19 06 2013

DSCN2440_piccSul poster appeso da Scholar in ufficio, nella stanza dello staff di campo, la colonna dedicata a descrivere il carattere di Faith è unanime: tutti gli aggettivi e le frasi fanno pensare a una lavoratrice instancabile e determinata, che raggiunge i suoi obiettivi a testa bassa. Quando ho chiesto a Scholar il significato di quel poster, mi ha risposto che era uno scherzo inserito nella sua formazione sulla comunicazione per il cambio dei comportamenti rivolta al personale di progetto, quasi una provocazione per far riflettere i lavoratori sull’approccio di ciascuno verso i beneficiari. Tuttavia, mentre parlavo con Faith nella sua stanza in affitto nel quartiere popolare di Kiwandani alla periferia di Kilifi, pensavo a quanto la sua storia famigliare abbia inciso nella formazione di questo suo carattere così determinato. Originaria di Tezo, a una quindicina di kilometri da Kilifi, è molto attaccata alla sua famiglia numerosa: dei due fratelli e sei sorelle, sette sono ancora in vita, ma tutti abitano lontani dai genitori e così quasi ogni weekend Faith torna a Tezo per dare una mano con i lavori nei campi e in casa. Quando rimango a Kilifi per il fine settimana, mi dice, mi sembra di essere in vacanza: in campagna ci sono così tante cose da fare che torno più stanca di quando sono partita il venerdì, invece in città… E ancora è stata sempre Faith a prendersi carico dell’istruzione dei figli del fratello morto l’anno scorso.
Sfioriamo solo l’argomento figli: Faith è separata dal marito e i due figli di cinque e sei anni vivono con lui, anche se lei riesce comunque a vederli almeno una volta il mese.
Faith è, insieme a Chiara, la memoria storica del CAST a Kilifi e, in particolare, della nostra esperienza a Ganze sulla cassava: ha ricoperto il ruolo di animatrice fin dal primo progetto nel 2007 e quando, nel 2011, dopo due anni di vuoto, il CAST ha riaperto le attività in KenDSCN2242_piccya col Wavuvi, Faith non ha esitato a lasciare l’ONG con cui aveva iniziato a lavorare per tornare al CAST. Quando le chiedo di spiegarmi questo attaccamento, mi dice che solo col CAST è sicura che tutte le risorse a disposizione arrivino ai beneficiari. Ma anche CAST ha i suoi nei. Faith lamenta lo scarso sostegno allo staff per l’aggiornamento professionale, vorrebbe avere l’opportunità di migliorare le sue conoscenze in materia di animazione comunitaria, anche se, quando mi riferisco al suo spirito pratico, non nasconde la sua passione per l’organizzazione di acquisti e consegna dei materiali di progetto ai beneficiari. Un giorno, mi dice, potrei anche passare a lavorare come logista per CAST: in Africa è sempre meglio saper fare due lavori che uno solo!
Per spiegarmi la differenza tra CAST e le ONG locali con cui ha lavorato, mi fa l’esempio della sua prima esperienza: il management si intascava così tanti soldi dai finanziamenti che alcune comunità non hanno mai viste realizzate le strutture per la raccolta di anacardi! Provo a contraddire Faith dicendole che non è possibile che tutte le ONG africane abbiano dei problemi di cattiva gestione dei fondi, ma lei mi risponde secca come sempre: devo ancora vederne una.
Non nascondo quanto a volte sia difficile lavorare con Faith a causa di questo suo approccio molto netto alle questioni, dall’altro lato, quando dopo interminabili discussioni si arriva a un punto in comune, ho invece la certezza che così sarà anche sul campo, anche in mia assenza.
Grazie a lei sto scoprendo quale sia il valore della fiducia verso i propri collaboratori e Faith su questo pone molte garanzie. Mi fido, quindi, quando mi dice che il progetto funzionerà perché i gruppi che stiamo selezionando hanno un alto tasso di analfabetismo! La guardo interrogativo e mi spiega che secondo lei, più che essere un vantaggio, l’avere beneficiari anche solo con un grado d’istruzione medio è un rischio, perché è proprio questa categoria che di solito riesce ad accaparrarsi risorse comunitarie per tornaconto privato, raggirando la restante parte dei membri del gruppo. Quando invece si ha a che fare con beneficiari analfabeti o comunque con livelli d’istruzione bassi, le risorse finanziarie (che sono sempre quelle più a rischio) del gruppo difficilmente vengono sottratte: anche senza saper leggere, tra i nostri contadini, dice Faith ridendo, nessuno si sbaglia a fare i conti se ci sono di mezzo dei soldi.

DSC_0055_piccolaHo la sensazione che l’empatia di Faith con i contadini di Ganze sia molto forte: io voglio parlare delle abitudini alimentari e della percezione della funzione della cassava nella società, mentre Faith mi riporta ai problemi dei contadini che non riescono a produrre abbastanza. Secondo lei la causa alla base della scarsa dinamicità sul mercato dei prodotti della cassava è la mancanza di tuberi grezzi da trasformare.
L’assenza di una domanda consapevole verso derrate dai metodi di produzione ambientalmente sostenibili per la specifica zona agro-ecologica (come la cassava appunto) è più un risultato che una causa degli scarsi investimenti fatti nei confronti delle orphan crops. Secondo Faith i margini di manovra per introdurre nel Distretto di Ganze il consumo di farina di cassava sono moltissimi, a partire dai bambini delle scuole, per i quali Faith intravede un sistema di contribuzioni da parte dei genitori per arrivare a fornire le scuole con una merenda a base di uji (il porridge est-africano) di farina di cassava.
Faith approfitta della nostra chiacchierata per riportarmi i nomi dei gruppi che stanno reagendo con più entusiasmo all’avvio del progetto: Mwaeba, Lamkani, Ushirika e Chadi l’hanno già chiamata per chiedere la data dell’avvio pratico delle attività con la distribuzione delle prime piantine di cassava.

Salutando Faith sono contento di aver dedicato un paio d’ore del mio week end a intervistarla, perché paradossalmente momenti di scambio diretti su questioni non legate alle attività quotidiane sono difficili da ritagliare nella routine del progetto fatta di rapporti, programmazione e manuali, col rischio di perdere idee e suggerimenti di risorse umane così preziose come Faith.

Filippo De Monte
Capo progetto in Kenya per il progetto Mihogo

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