Intervista con Esther Mrabu: essere mamma-lavoratrice in Kenya

14 11 2013

esther 10-11-13_2Fa caldo mentre mi addentro nelle strade dietro al centro di Kilifi, anche se l’inizio delle attese piogge corte nella scorsa settimana è segnalato dalle pozze di fango nelle buche degli sterrati disastrati. Ho appuntamento alle 2 di domenica pomeriggio con Esther, dopo che è tornata dalla messa.
Full Gospel Church, mi dice: se non canti fino a sentirti felice, che messa è?!
Ci troviamo per strada, sale in macchina e mi guida per stradine sempre più strette fino a casa sua: una stanza con bagno in un edificio con altri 8 inquilini. Kaleb e Karembo, i suoi bimbi di 6 e 2 anni e mezzo, sono col suo ex marito.
Esther lavora al CAST dal luglio 2011. Chiara (capoprogetto del progetto Wavuvi) l’aveva assunta come esperta di pesca e acquacoltura ed Esther, quasi da sola, ha sostenuto tutta la parte tecnica del progetto Wavuvi terminato a febbraio, iniziando a lavorare appena 2 mesi dopo la nascita di Karembo. Per me Esther è l’emblema dell’emancipazione della donna in Africa. Una mamma dolce che lavora per essere indipendente e mantenere la sua piccola famiglia, nonostante le pressioni che arrivano da ogni parte (anche dalla sua famiglia di origine) a ricongiungersi col marito.
È per questo che, quando Chiara me l’ha raccomandata, nonostante il suo curriculum non fosse molto riconducibile alle attività del progetto Mihogo, non ho fatto fatica a confermare il suo contratto col CAST. Esther, oltre ai pochi punti comuni tra agricoltori e pescatori (sono tutti poco flessibili, mi dice, dipendendo così tanto dalla stagionalità, del mare o delle piogge), riconosce la sfida che le si pone davanti, ma è contenta di estendere la sua esperienza con un nuovo approccio metodologico all’animazione comunitaria. La zona di progetto e il tipo di attività sono più pesanti rispetto al Wavuvi, mi confida, ma le occasioni di confronto sono maggiori sia all’interno dello staff di progetto che all’esterno. Coi pescatori ci si rifaceva sempre e solo all’ufficio distrettuale della pesca. I gruppi di agricoltori invece sono più organizzati e tanti sono registrati presso i servizi sociali, che sono più efficaci come appoggio alla risoluzione di conflitti interni al gruppo e di questioni gestionali rispetto ai servizi puramente tecnici (come quello dell’agricoltura nel nostro caso o della pesca in quello del Wavuvi). Anche lo staff è più completo: oltre a essere in due animatori comunitari (oltre a Esther, c’è Faith, mentre l’arrivo di un terzo animatore è previsto per dicembre), la presenza degli esperti in agraria, economia e cambio dei comportamenti aumenta le occasioni di scambio e la sensazione di sentirsi soli nel prendere decisioni importanti è decisamente inferiore rispetto al Wavuvi.
Ascoltando Esther che mi spiega che la cosa che le piace di più al CAST sono l’atmosfera amichevole e il mutuo aiuto che si vivono in ufficio e sul campo, tra me e me ringrazio Chiara per il lavoro fatto nei sei anni del CAST a Kilifi e che mi ha lasciato in eredità con mezzo staff già formato e affiatato, rendendomi la vita facile, in mezzo a tutti gli altri ostacoli dell’avvio di progetto.
Con Esther finiamo col parlare del futuro del Mihogo, e dell’entusiasmo con cui i gruppi stanno portando avanti le attività del progetto. Dei 22 gruppi identificati, 14 sono riusciti a preparare in tempo per l’arrivo di queste piogge corte la terra per i campi dimostrativi e le prime 8 mila talee e i semi di sorgo e cow peas sono già a dimora.
Esther mi accompagna alla porta e mentre salgo in macchina, la vedo tornare alle uniformi scolastiche da lavare dei suoi bambini.

Filippo De Monte
Capo progetto in Kenya per il progetto Mihogo

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