Safari njema*

28 02 2014

[La responsabile comunicazione del Cast è andata in vacanza in Tanzania, per visitare, tra le altre cose, il progetto “Intervento per la sicurezza alimentare nel distretto di Songea”, trascinando con se un’amica sedicente fotografa. Questo il resoconto del viaggio”]

In molti ridono sul bus che ci porta via da Songea. I due schermi in testa e a metà  del bus proiettano uno sketch  tanzaniano con una ragazza che parla solo inglese e che cerca di raggiungere una destinazione non ben definita passando da un taxi ad un bajaji (un’apecar/taxi) senza riuscire a farsi capire. Lei gesticola, ripete le cose tre volte e lentamente ma le rispondono in swahili che lei, come me, non capisce. Non c’è stato tempo a Songea di imparare lo swahili … ma dopotutto non era questo l’obiettivo del viaggio.
Lavorare come responsabile comunicazione in una Ong in Italia è interessante, ma come in tutti i lavori la routine rischia di travolgerti e finisci per chiederti se i campi di cassava, i pozzi, perfino il capoprogetto siano reali o siano solo il frutto della tua fantasia, o meglio, di una fantasia collettiva.
È tutto reale.
1913398_707586765953272_1846836114_oIl capoprogetto esiste: Marco viene a prenderci alla stazione dei bus e dopo 8 ore di strada è un sollievo scendere e perfino andare in ufficio, l’ufficio del Cast a Songea. Le due stanze sono piccole ma essenziali, c’è tutto. Conosciamo William il logista/tutto fare, e Witness, l’amministratrice. Vedere il logo del Cast sul pick-up e sulle porte dell’ufficio fa lo stranissimo effetto di quando si vede qualcosa di molto familiare in un contesto completamente nuovo. Lamento che il “verde Cast” sul logo della macchina è un po’ sbiadito ma Marco giustamente mi ignora e neanche mi risponde. In ufficio c’è anche una mappa dettagliata dei posti intorno Songea in cui si è lavorato, con una legenda che spiega le attività realizzate (pozzi, unità di trasformazione, corsi di formazione). Il progetto inizia a diventare sempre più concreto. Il vero giro inizia venerdì 14 febbraio. Ignorando San Valentino e l’impulso di acquistare cioccolatini – che comunque non troveremmo – andiamo a Mtumbati Maji a trovare Frank Ademba di MVIWATA, partner di progetto. Con noi ci sono Riccardo e Fabio del Cope, altra ong che da anni lavora nella zona in progetti agricoli e sociali. Frank sta portando avanti un gran lavoro: mappare le proprietà dei piccoli contadini della zona per rilasciargli un certificato che attesti i veri confini di quanto gli appartiene. Questo lunghissimo lavoro, da fare su 24 villaggi servirà ad evitare che un domani il governo possa vendere quei territori alla multinazionale di turno senza che il contadino abbia parola in merito. La miniera di uranio lì vicino renderà questi territori sempre più appetibili e questo rende il lavoro di MVIWATA molto importante. I bambini che escono da scuola ci guardano incuriositi mentre Frank tira fuori carte, moduli e registri da una delle tende montate nell’attrezzatissimo campo tendato. Lasciamo il campo e andiamo a Mpandangindo dove, ci spiega Marco, col progetto Songea abbiamo costruito un pozzo, un’unità di trasformazione per lavorare la cassava e, soprattutto, ci aspettano per pranzo. L’accoglienza non saprei descriverla senza il rischio di banalizzarla, ma mi rendo conto che vale la pena almeno provare a spiegare che al nostro arrivo tutti i presenti – rappresentanti del villaggio e di altre due comunità vicine – ci hanno accolto cantando e stringendoci la mano a turno, uno per volta. Io non so cosa dire. Simona scatta foto cercando l’impostazione manuale più adatta, ma sa già che il bilanciamento del bianco è sballato e l’ISO è troppo alto, così dopo un paio di scatti molla la macchinetta fotografica e si gode il momento.
1927037_10200956725714527_186216278_nMarco ci mostra tutti i macchinari all’interno dell’unità di trasformazione: quello per grattugiare la cassava, per lavarla, per macinarla. Visitiamo poi il piccolo ufficio e la cucina, dove vengono cotti  i dolci a base di farina di cassava. E fuori, finalmente, vedo il pozzo di cui per due anni ho letto nei post di Marco e Beatrice (capo progetto fino a marzo 2013), di cui ho visto le foto, di cui ho sentito parlare durante le riunioni con Maura, la responsabile del progetto …  mi trovo ad essere un filo emozionata per l’incontro con questa “cosa famosa” e mi sento subito dopo un po’ stupida. Forse, penso, ho bisogno di staccare un po’ dal Cast, forse ho bisogno di una vacanza, ma poi mi rendo conto che quella che sto facendo È una vacanza e allora mi prendo l’appunto mentale di rivedere la mia relazione con il mio lavoro … dissimulo questa serie di pensieri facendo girare la ruota che porta acqua al serbatoio posto 4 metri più su rispetto al pozzo. È faticoso ma si può fare. Per riempire il tank da 500 litri ci vogliono circa 20 minuti, io contribuisco per 60, forse 80 faticosi secondi, poi cedo il posto ad un ragazzo che fa apparentemente meno fatica di me. Mangiamo e subito dopo quasi tutti si presentano.  Passando dallo swahili all’inglese all’italiano, conosciamo i nomi di tutti coloro che lavorano per far funzionare quell’unità di trasformazione.  Anche noi ci presentiamo e mentre dico che sono responsabile comunicazione mi chiedo se per loro abbia un senso quello che faccio, detto così, senza dare dettagli.
1922910_10200956723754478_1690506658_nSubito dopo mi trovo a pensare se, in generale, abbia senso il mio lavoro. In fondo penso di sì. Sto vedendo i risultati di quel lavoro e penso- voglio- credere, che sia un lavoro utile. Non che per gli abitanti dei villaggi coinvolti non ci siano altre possibilità per migliorare le proprie condizioni di vita, ma quanto realizzato insieme al Cast è una delle possibili soluzioni. E mi piace fare parte di questo meccanismo. Nella mente si affaccia l’espressione che al Cast siamo “una grande famiglia” ma la ricaccio da dove è venuta perché è una stupidata. Niente famiglia (che poi, pensando al natale, è anche meglio così) ma che sono parte di una squadra, quello sì. Mi piace vedere che ognuno mette un pezzo, fa del suo meglio e funziona. Dopotutto, basta che funzioni… Marco mi sta mostrando che è così. Penso alle mie 8 ore spese sul pc ad aggiornare sito e blog e a caricare foto su foto, a quelle di Marco qui a coordinare il lavoro sul campo e, talvolta, a spingere il camion fuori dal fango (perché anche questo va fatto), a quelle di Elisa nel far filare tutti i conti, quelle di Maura nel vedere e rivedere il cronogramma per verificare che tutto si faccia per tempo, a quelle di Micol che si divide tra ufficio e scuole dove parla di sovranità alimentare e alle mille ore di Paola spese a coordinarci tutti e a vigilare sulla correttezza e limpidezza di ogni singola azione che viene realizzata a nome del Cast. Quello che facciamo ha senso, se questo è il risultato. Ne vale la pena e tanto basta.
Sullo schermo lo sketch si è concluso. La ragazza è riuscita a raggiungere la sua destinazione. A noi, per raggiungere Dar Es Salaam mancano ancora 6 ore di bus. Safari njema* mi dico, mi ripeto, mi convinco mentre l’autista accelera e sorpassa l’ennesimo lunghissimo camion con le mani attaccate al clacson.

* Buon viaggio

 Sara Manserra
Responsabile comunicazione in visita a Songea Tanzania

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