Il behaviour change… del cooperante!

16 06 2014

2014-02-05 08.45.06 - CopiaSta per iniziare un nuovo periodo per il behaviour change, termine con cui nel progetto Mihogo indichiamo quel gruppo di attività rivolte a cambiare i comportamenti alimentari delle comunità beneficiarie nei confronti della cassava, molto legate alla cultura dell’ugali, polenta di mais per niente tradizionale, ma entrata di prepotenza nelle diete della popolazione di Ganze, come segno di “sviluppo”: piatto tipico delle zone più ricche (e più umide) del Kenya, consumare ugali è diventato uno status symbol, per cui le famiglie ricorrono al tubero di cassava solo quando non ci sono proprio più soldi per comprare la farina di mais. Per questo, pur essendo la cassava considerata il “cibo dei poveri” non mancano mai nei campi di praticamente tutte le famiglie della Sub-Contea delle piante della euforbiacea, come misura di emergenza nel caso (frequente) di mancato raccolto di mais, a cui, nonostante le ricorrenti siccità, viene data comunque la priorità nella semina all’insorgere della stagione agricola.

Dopo la battuta di arresto subita ad aprile dopo che Scholar, l’antropologa incaricata del piano di comunicazione verso scuole primarie e comunità per la promozione del consumo di farina di cassava, ha lasciato il suo posto al CAST, maggio e giugno sono stati occupati – su questo fronte – dal lavoro di ricerca della nuova persona che ricoprirà questo ruolo, che, finora, ha portato alla selezione di 8 ottimi candidati che verranno intervistati entro fine mese.

Ma il processo di cambiamento dei comportamenti parte, oltre che dalla consapevolezza del bisogno di cambiare da parte dei beneficiari del progetto, anche da una adozione (quasi un esperimento pilota) da parte degli operatori (in questo caso lo staff di progetto) delle pratiche alternative proposte. E in questo, uno degli anelli più deboli sono sicuramente io: in Friuli (da dove vengo) il piatto tradizionale è la polenta e mangiare ugali mi dà sempre una gran soddisfazione, se non proprio facendomi sentire a casa, almeno portando un’aurea di festa, anche se si tratta del solito ugali e fagioli nel ristorantino a 5 minuti dall’ufficio nella mezz’ora di pausa pranzo ai soliti 35⁰ di Kilifi!

2014-02-05 08.46.07_copiaLe grosse radici offertemi dai contadini durante le uscite in campo, sono sempre finite regalate a qualcun altro dello staff, vuoi per la pigrizia di mettersi a pelare la coriacea buccia, vuoi per una certa diffidenza (in questo caso soprattutto di mia moglie Sara) verso la fama di alimento rischioso per il suo contenuto di cianidi tossici.

Diciamo che il primo passo di avvicinamento verso la cassava è stato più per necessità che per virtù: l’invito a cena di una famiglia di amici celiaci (tra l’altro riforniti regolarmente di farina di cassava da un gruppo di produttori con cui lavoriamo per l’approvvigionamento di talee ai beneficiari del progetto) ci ha messo di fronte al dilemma di cucinare qualcosa di “italiano” (per non deluderli), ma che non contenesse prodotti derivati dal grano. Dopo lunghe discussioni siamo arrivati a un punto: la pizza che per la base usa la farina di cassava, anziché il grano e per dolce un budino con mousse di mango. Il risultato ha soddisfatto tutti e io, adesso, mi sento pronto a diventare un consumatore di farina di cassava… andando per piccoli step: anche se la pizza non è proprio l’uji (un porridge, comunemente di mais) di farina di cassava fortificata con farina di cowpeas (che programmiamo di proporre nelle scuole con cui abbiamo iniziato il processo di sensibilizzazione), il secondo passo del behaviour change – ossia l’adozione delle nuove pratiche – è compiuto, adesso si tratta solo di mantenere i nuovi comportamenti “virtuosi”.

Per Leone, mio figlio di 2 anni e mezzo, il processo è più facile: lui il budino lo chiama già uji e non si farebbe tanti problemi a mangiare quello di cassava fortificata!

Filippo De Monte
Capo progetto in Kenya per il progetto Mihogo

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